Tappa 10: Vibo Valentia – Siracusa

Il ragionier Filini

L’indomani decido di partire sul presto per due motivazioni. La prima, è che la strada per Siracusa (meta della prossima tappa) è davvero lunga. La seconda è che vorrei fare una sosta sulla costa degli dei, più precisamente a Scilla.
Monto in sella mentre il sole sorge e arrivo a Scilla come da programma in poco tempo. La luce, purtroppo, è già troppo forte e mi rende molto difficoltoso scattare foto. Un po’ sconsolato, ma contento di aver visto questa magnifica città, faccio un’abbondante colazione in un bar e prendo il traghetto per Messina.



Una volta sbarcati a Messina si può percepire un forte odore di salsedine e di mare. Molto piacevole, considerando che in Italia ben pochi luoghi hanno conservato questa caratteristica. E’ come se la maggior parte della costa italiana fosse diventata inodore.. e questo non mi piace.
Il sole inizia ad essere alto ed in terra sicula si sente parecchio. Lungo il tragitto per Siracusa sono costretto a fermarmi diverse volte per bere e rinfrescarmi. Il viaggio non è né dei migliori e né dei più divertenti.. ma giungo a destinazione.
Dopo qualche ora di relax decido di visitare l’isola di Ortigia, dove faccio conoscenza con Andrea, il gestore di un negozio di alimentari. La particolarità di Andrea è la smorfia alla “Jack Nicholson”, la somiglianza è davvero impressionante. Man mano che Andrea e il genero parlano, continuano a rimpinzarmi di “assaggini gustosi”: piccoli panini ripieni di affettati e primizie varie, tutti rigorosamente artigianali, preparati al momento e buonissimi.

La mattina seguente decido di fare qualcosa di differente, mi dirigo verso le antiche rovine di Noto. Pare che questa vecchia città sia stata distrutta da un terremoto del 1693 e che ora sia una sorta di città fantasma.
Con non poca fatica giungo di fronte all’arco della città, le indicazioni stradali sono pari a zero e si trova infossata tra le montagne.
Fuori dalle mura ci sono solo un paio di motociclette e un’auto, non si può dire che sia una meta battuta dai turisti.
Appena mi tolgo il caso scorgo un uomo sulla sessantina che parla con una giovane coppia. Mentre spiega le sue ragioni, gesticola come un forsennato e indica punti qua e la nella roccia. Le frasi sono per lo più sconnesse e confusionarie, si interrompe spesso per urlare qualcos’altro e correre ad indicare un altro sasso.
Visto il tipo, mi incuriosisce e non posso non avvicinarmi a lui. Mi avvicino alla coppia e chiedo a questo strano signore chi fosse e cosa facesse. Mi risponde: “il mio nome è Bellassai”.
Bellassai si presenta con degli occhiali molto spessi, un modello che non vedevo da anni, una magliettina bianca, pantaloncini e cappellino. Tutto bianco, un gelataio praticamente.
Sia l’aspetto che le movenze ricordavano molto il ragionier Filini dei film di Fantozzi. Ogni giorno, dal 1998, si presenta davanti alle mura di Noto antica e ci resta per qualche ora, con lui solo qualche striscione e la sua vespa.

Mi dice di non essere il curatore di quel luogo, ma un comune cittadino che mira a “destabilizzare il pensiero statico”. Nomina spesso -apparentemente senza senso- il sospetto di Hitchcock, mentre si agita e infervora contro “loro”. Innominabili e di fatto innominati, “loro” vogliono tenerci all’oscuro delle verità su Noto antica.

Mentre indica quelli che a me appaiono come comunissimi sassi, mi spiega una serie di forme di animali e mi invita a riflettere sui collegamenti tra i gatti rappresentati dagli egizi e quelli scavati nella roccia (?) di Noto antica.

Prima di lasciare “Bellassai” alle mie spalle, lo saluto e mi invita ad “abbandonare le porte della percezione” una volta varcato l’antico varco della città.

Personaggio sicuramente particolare, interessante e fuori dal mondo. Dal nostro mondo quanto meno; un sognatore che vive in una dimensione propria e che espone la sua storia con un linguaggio aulico, tra una citazione di Montanelli e di Pertini.

Dopo un veloce giro della “città”, esco sconsolato. La gloriosa Noto antica appare molto trascurata, quasi come se fossero quattro sassi buttati per terra su di un terreno sterrato.
Prima di andare via incontro di nuovo il mio amico Bellassai, scopro che di nome fa Salvatore. Inizia a parlare chiedendomi se avessi visto il toro di 10 metri inciso nella roccia. Ovviamente no.. “nessuno lo vede!!!”, urla. Bellassai avrebbe parlato per ore e non mi avrebbe mai lasciato andare. Per fortuna appare una ragazza, scende da una motocicletta, mi si avvicina e dice ad alta voce: “dai andiamo che sennò poi fa buio”. Le sorrido, la mia salvatrice!!
 So che non è stato molto cortese, ma mentre il nostro novello Cicerone continua a parlare, scompaio all’orizzonte.