Diario di viaggio Myanmar 2

2 Maggio 2016

La notte passa in qualche modo, con un’alternanza tra il caldo torrido ed il gelo di un climatizzatore puntato sul letto. Non capirò mai cosa spinga gli albergatori ad installare sempre l’aria condizionata dritta sulla testa di chi vorrebbe dormire.
A causa della stanchezza del viaggio faccio tardi per la colazione e a fatica riesco a rimediare una ciotola di riso freddo con quelli che suppongo fossero germogli di soia, o almeno così mi piace credere. Lo staff dell’hotel si confondeva tra i clienti, come divisa indossavano cappellini e t-shirt di squadre NBA e artisti POP americani, uno stile occidentale un po’ decadente. Li riconosco dai clienti unicamente perché sparecchiano i tavoli.

Ad un certo punto riappare in modo un po’ inquietante quanto inaspettato il tassista che la sera prima mi ha accompagnato in hotel, il suo nome è Zaw Zaw ma per gli amici è semplicemente Zorro. Non siamo amici ma mi stringe calorosamente la mano, presentandosi nuovamente ed iniziando a chiacchierare. Con l’insistenza tipica dei venditori di turismo si propone come driver attraverso il paese. Ho in programma di percorrere migliaia di chilometri e lui sa bene che potrebbe essermi utile.

Non volendo decidere così su due piedi prendo il mio tempo per pensarci e mi reco a piedi in stazione.

L’edificio è nero fuliggine, con macchie di pulito che lasciano intravedere il bianco originale della pietra. Porta con sé tutto il peso degli anni, dando l’impressione di non essere mai stato spolverato. Reti di ferro arrugginito separano un’area dall’altra. L’interno ha tutto l’aspetto di una vecchia voliera in una stanza dalla luce soffusa, come immagineresti la casa di una nonnina anziana e sola. Riflette molto lo spirito di questo paese, che a fatica è riuscito ad uscire dalla gabbia della dittatura per far entrare un po’ di timida luce.

L'interno della stazione di Yangon, Myanmar

Per un attimo faccio fatica ad orientarmi, riconosco la biglietteria solo dal numero di persone in coda. Lo trovo quasi rassicurante, non è diversa dalle altre biglietterie di tutto il mondo. Una fila interminabile, una sola persona a vendere biglietti, mentre altre tre occupano le sedie alle sue spalle senza chiari segnali su quale sia la loro funzione. I costi per viaggiare sui treni sono irrisori, percorrere 700 chilometri in Myanmar costa quanto un caffè da Starbucks. Ciò nonostante restano mezzi scomodi e lenti, con tempi di percorrenze che oscillano tra le 16 e le 20 ore per le tratte più lunghe.

Uno degli ingressi alla Shwedagon pagoda

Decido di contattare Zaw Zaw e di concedergli un’occasione per convincermi. La sua presenza potrebbe aiutarmi ad ottimizzare i gli spostamenti e raggiungere aree che sarebbero altrimenti impossibili da visitare con mezzi pubblici. Ci diamo appuntamento per l’ora di pranzo, ho giusto il tempo di visitare uno dei luoghi Buddisti più importanti del Myanmar, la Shwedagon Pagoda. Qualunque dei quattro gate si scelga, si entra comunque a piedi scalzi (i calzini non sono ammessi) ma il pavimento di marmo bianco è incredibilmente pulito, soprattutto comparato con gli standard nazionali. Il mosaico di mattonelle bianche e nere è pressappoco ustionante, visitare questo luogo sotto i 45°C di mezzo giorno non è stata un’idea brillante.

Persino i fedeli più tenaci devono correre da una zona d’ombra all’altra, saltellando nelle aree più “fresche”, come quando da bambini si giocava fingendo di evitare lava, coccodrilli o fossati. Le persone più sagge pregano all’interno dei tanti templi che circondano lo stupa principale, molti di loro sono stesi per terra a dormire o pranzare. I monaci invece sono in contemplazione, seduti con le gambe incrociate e le mani giunte. Il viso rivolto verso la pagoda maggiore e quello sguardo di chi vede il proprio figlio vincere l’oro in una gara sportiva. Lo stesso oro è sulle punte della pagoda e si confonde con il sole zenitale. La quiete del posto è innaturale ed infonde un senso di pace a tutti i visitatori, buddisti e non. La sua imponenza riflette una magnificenza millenaria, stimata tra i 1500 ed i 2500 anni, un punto di vista che cambia a seconda se siate fedeli o scienziati.

Un anziano monaco alla Shwedagon Pagoda

Per farmi riprendere dal caldo torrido, Zaw Zaw mi porta in un ristorantino nei vicoli di Yangon.
L’ingresso è quasi invisibile, tra polli starnazzanti che razzolano in strada e negozi d’elettronica a buon mercato. E’ a tavola che valuterò il suo ingaggio, a stomaco pieno solitamente si ragiona meglio, o forse non sempre… Tra bocconcini di tofu fritto e dei noodles, forse troppo conditi, gli stringo la mano e decido di affidarmi a lui come driver.

La Shwedagon pagoda a Yangon

Il minivan è un piccolo Toyota sette posti, grigio scuro e con qualche macchia di terra sui paraurti. Non è nuovo, ma i sedili larghi e polverosi sono comunque confortevoli. La carrozzeria porta diversi adesivi che lo rendono unico: fori di proiettile e piccoli uccellini arrabbiati tratti dai videogiochi. Sul cruscotto un disordine di peluche su un letto di fogli sparsi e scarabocchi fanno presupporre una bambina in famiglia, ma Zaw si presenta con la sola moglie. Il volto di lei è rotondo, con guance paffute ricoperte di thanaka, una crema vegetale molto usata in Myanmar come protezione dal sole. Mentre mi saluta alza leggermente il capo mettendo in bella mostra tutti i denti perfettamente bianchi, visibilmente curati. E’ un sorriso bonario come quello del gatto di Lewis Carroll, enigmatico direi. Analogamente, non sono sicuro di potermi fidare.

Zaw Zaw ha sulle spalle un’intera giornata di lavoro nel caos di Yangon, il codice stradale del Myanmar rende ancora più stressante il traffico cittadino. Si guida sulla destra come in Europa, ma anche il volante è sulla destra, come nel Regno Unito. Pratica piuttosto confusionaria che gioca a testa o croce con la vita ogni volta che si tenta un sorpasso. Questi i presupposti con i quali ci mettiamo in viaggio al calar del sole, direzione Mandalay. La meta è circa 700 chilometri più a nord, per raggiungerla vi è una sorta di strada statale che i locali chiamano autostrada. Attraversa in linea retta tutto il paese con un paesaggio piuttosto monotono. Mr. e Mrs. Zaw mi colpiscono, probabilmente in vita mia non ho mai visto nessuno parlare così tanto al telefono. Una telefonata dietro l’altra, vanno avanti per ore. Spesso sono coinvolti contemporaneamente in chiamate differenti e per sentire la propria voce tentano di parlare sempre più forte del partner, alzando (una frase dopo l’altra) il tono. Improvvisamente il minivan diventa la sala conferenze di una multinazionale.

I chilometri scorrono, tra un’alternanza di colpi di clacson, abbaglianti e buche secche che scandiscono il ritmo. Mi appare di una certa armonia, simile alle luci che a natale addobbano i pini. Le uniche due soste sono la visita ad un cimitero della seconda guerra mondiale (non degno di nota) ed una specie di aria di servizio, più simile ad un centro commerciale che altro. Una vera cattedrale di luci, bancarelle e pullman in mezzo al profondo entroterra Birmano. Ricorda molto una di quelle lampade blu che si mettono in giardino per attirare le zanzare. Ammaliati, come tutti i locali delle città adiacenti, ci fermiamo per una sosta notturna. A quanto pare la vera attrazione del posto sono io, nonostante le occhiaie dovute alla stanchezza, le persone sedute ai tavoli non riescono a distogliermi gli occhi di dosso. Attraverso la sala e mi reco al bancone delle ordinazioni, una specie di vetrata da mensa con tutte le pietanze in bella vista, con mosche che saltano da una ciotola all’altra. Le due ragazze alla cassa si spintonano e ridacchiano, nessuna di loro parla inglese ed il gioco della serata sarà capire come servirmi l’ordinazione. Mi riporta alla mente quando da piccoli le ragazzine facevano le ochette con i ragazzi più grandi. Probabilmente questa zona non è molto trafficata da turisti, o quanto meno evitano di indossare una vistosa maglietta giallo fosforescente. Qualcuno si alza addirittura dal tavolo, sorride e mi chiede se è possibile avere una fotografia insieme, sarà un bel ricordo da mostrare ai familiari. Credo.

La mia cena è fugace, a dirla tutta non saprei dire cosa mi abbiano propinato le due ragazze. Era buono, ma dopo tante ore di viaggio preferisco sgranchirmi le gambe. Prima di ripartire visito le bancarelle sulla strada, per lo più vendono frutta, cibarie ed apribottiglie composti da un pezzo di legno ed un bullone.
Riprendiamo il cammino con un sacchetto pieno d’uva non lavata. I chicchi grossi e succosi sono ricoperti da un fitto strato di polvere, il luogo impone sicuramente un adattamento da parte del viaggiatore.

Le gomme del piccolo Toyota ruotano incessantemente sul nero dell’asfalto. Macinano miglia su miglia, ma più la notte avanza e più vedo lo spettro del sonno sul volto di Zaw Zaw. E’ visibilmente al limite, per mantenersi sveglio apre il finestrino e si schiaffeggia ripetutamente: questo pare non bastare ed il minivan procede a zig zag sull’autostrada fortunatamente deserta. Quando le ruote abbandonano l’asfalto ed incontrano improvvisamente la terra a bordo strada alzo la voce ed impongo una sosta. Era da tempo che suggerivo in maniera cortese d’accostare, non vi è nulla di male nel riposare quando si è stanchi. A maggior ragione quando la vita di altre persone è messa in pericolo. Questa è l’ultima occasione per incontrare la mia gentilezza.
Appena reclinato lo schienale, Zaw russa. Come se le due azioni fossero collegate tra loro. Era davvero oltre il limite.

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