Diario di viaggio Myanmar 3

3 maggio 2016

La notte nel minivan passa fredda ma comunque afosa. Dopo un rapido controllo al mezzo ci mettiamo in viaggio verso Amarapura, pochi Km a sud di Mandalay. Il nostro arrivo coincide con il sorgere del sole, la luce giusta dell’alba, quella luce che vuoi catturare quando scatti la fotografia perfetta. Lo scenario è fiabesco: il sole sorge alle spalle delle pagode dorate, i pescatori immersi nelle acque torbide fino al bacino gettano le proprie reti e le donne a coppie sono sedute su lunghe barche di legno, remano verso la zona di raccolta delle alghe.

I pescatori immersi nelle acque torbide fino al bacino gettano le proprie reti

Sul fiume vi è un lungo pontile di legno costituito da assi traballanti, quelle rotte sono contrassegnate con una “X” bianca, ma nessuno si è scomodato per sostituirle. In questo km costituito da assi traballanti la vita è semplice, come non siamo più abituati a vederla. I monaci chiacchierano mentre camminano in coppia, i ragazzini corrono con delle ciabatte che definirei quasi artigianali. Ad ogni passo corrisponde uno scossone dei piloni, le assi con la “X” si sollevano per un attimo per poi ritornare al proprio posto. Qualche donna invece si limita a dare da mangiare ai corvi, tutti si salutano tra loro, è l’alba di un nuovo giorno e nient’altro ha importanza.

Ponte all'alba

Per un certo tempo l’unica cosa che mi interessa è la fotografia ed il litigio avvenuto con Zaw Zaw nella nottata precedente sembra essere distante. Sembra, perché appena arrivato in hotel vi è un nuovo argomento di discussione: per la seconda volta vedo confabulare il mio autista con personaggi locali. Misteriosamente il prezzo dell’hotel aumenta di 10 dollari rispetto alle quotazioni su internet. Avevo con me una sim locale e potevo controllare tutto in tempo reale, ma forse questo non gli era ben chiaro. Stanco dalla sera prima e delle costanti prese in giro, faccio in modo che il mio punto di vista sia limpido per tutti. La mia voce come fosse un interfono risuona nella hall, nelle camere e per strada. Tutto lo staff incuriosito si accalca a vedere l’esplosione di un uomo stanco e spazientito. Improvvisamente il costo della camera ritorna alla normalità e Zaw si scusa in un’alternanza scossa tra inglese e lingua birmana. Teme di perdere il suo denaro, nonostante io abbia versato in anticipo metà dell’importo. Per il bene comune gli propongo di ricominciare da capo smettendo di fare il furbo, ma attenendosi semplicemente alla sua mansione. Mentre mi ascolta il mio monologo ho tutto il tempo di osservare: indossa una canottiera che un tempo era bianca, è infilata in una di quelle gonne tipiche del Myanmar. Le mani sono chiuse, stringe il cellulare e le chiavi del veicolo. Nei suoi occhi invece, neri e vitrei, vedo riflesso il mio sguardo spezzato solo da delle gocce di sudore che scendono sul lato del viso.
Zaw annuisce in silenzio ed accetta la mia proposta.

Le donne di Amarapura remano all'alba

Uno splendore artificiale e decadente, rimuginavo percorrendo il lungo viale in ghiaia del palazzo imperiale di Mandalay. Tutto è vecchio e trascurato, persino i tarli sembrano essersi trasferiti verso abitazioni più decorose. Una struttura millenaria, ma che in realtà non è altro che una ricostruzione degli anni ‘90 abbandonata a se stessa. La scarsa manutenzione ha logorato fin dentro le ossa uno dei simboli principali della città.
L’imposizione di camminare scalzi suona quasi una presa in giro, date le condizioni dei pavimenti, tra feci di animali e sporco in generale. Salendo i gradini della torre si apre man mano una vista estesa sulla città e sui dintorni del palazzo, l’impronta militare resta decisamente marcata nonostante il tempo sia trascorso. Nell’area interna alle mura vi sono caserme e piccoli campi di addestramento, mentre i quattro ponti d’ingresso sono sorvegliati da guardie armate. Un viavai di militari su pick-up aperti, con i fucili sotto braccio e le loro uniformi verdi si alternano ai turisti che giungono armati di biglietto per visitare il luogo. Militari, come se ci fosse qualcosa da difendere o un nemico da combattere. Il principale nemico del Myanmar per anni è stato sè stesso e questo la popolazione lo ha capito bene, un paese che forse una volta era splendente, ma che ora è impolverato, ha smarrito la via.

La mia visita al palazzo imperiale forse non è stata vana. Dalla torre ho avuto modo di intravedere la collina che sovrasta la città, su di essa vi è un tempio che pare di rinomata bellezza e che gode di una vista che sovrasta il tutto. Perché no? Decido quindi di recarmici, senza un reale scopo. A me stesso dico che è per catturare la luce del tramonto, ma io i tramonti quasi li odio. Così inflazionati, banali e ripetitivi. Ogni giorno ce n’è uno, che senso ha andare li su per fotografare l’ennesimo?

“La collina dell’inganno”, così avrebbero dovuto chiamarla. Una successione di 1729 gradini con dimensioni e pendenza differenti, hanno in comune solo il fatto che portano alla sommità, o quanto meno a quella che credi possa essere la sommità. Eh si, sta proprio qui l’inganno, il prestigio: al termine di ogni rampa sei sicuro di essere arrivato in cima, un po’ perché la piazzetta ti dà questa impressione ed un po’ perché non vedi altri gradini. C’è li il solito Buddha che ti aspetta, sorride. Non perché sia contento di vederti, ma perché si prende gioco di te. Ci sono altri gradini ma sono solo nascosti e lui lo sa. Una rampa dopo l’altra, un inganno dopo l’altro: la perfetta sintesi della vita di tutti i giorni, forse avrebbero dovuto chiamarla collina della vita.

La sommità offre un panorama, punto. Non stupefacente, non orribile, forse conferma solo la banalità che vi era nelle aspettative. Quei panorami che avete già visto e che vedrete chissà quante volte in vita vostra, ma eccolo qui l’ultimo inganno: l’attrazione c’è ma è anch’essa nascosta, sebbene sotto gli occhi di tutti. È il contesto.
La terrazza ospita un massiccio colonnato. Sia sulle arcate che sulle colonne sono incastonati frammenti di specchi, quasi come volessero ricomporre un pasticcio fatto in precedenza. La luce del tramonto inizia a riflettersi da uno specchio all’altro ed irradia il porticato che fino a pochi istanti prima era buio e caotico. I giovani monaci buddisti, spesso in coppia, si avvicinano ai turisti con timidezza per imparare o perfezionare la lingua inglese. Noi siamo il libro e loro i lettori. Mentre ci sfogliano è possibile scorgere una luce di un’infantile curiosità. Le domande seguono veloci, la voglia di conoscere il mondo è enorme. Ad un tratto è come se tutti i tuoi viaggi, le tue esperienze le avessi vissute anche con loro. L’incanto termina al calar del sole. Gli specchi si spengono e smettono di innaffiare la terrazza di luce, come una mamma che porta a letto il proprio bambino i monaci mi ringraziano e rincasano.
Sarà stato tutto vero?

Due monaci si avvicinano a me in un tempio di Mandalay

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