Cinquephoto Studio Presenta

INDIA

India – Rajasthan

Un viaggio di Francesco Cinque

Scrivo la mia storia perché le emozioni sono contestualizzate nel momento in cui viviamo. Col passare del tempo le dimentichiamo. 

Le mie storie sono la mia memoria, per me stesso e per chiunque vorrà viaggiare in me.

Francesco Cinque

Quante volte abbiamo sentito parlare di India, nel bene e nel male.
Eppure -nonostante l’amore e l’odio- non se ne può fare a meno. Ora che tutto è finito, mi è difficile descrivere l’India. Non parlo delle città, quello è facile. Ciò che è difficile capire sono le sfumature del popolo indiano. Le contrapposizioni sociali, i comportamenti agli antipodi. Capire la coesistenza tra luce e ombra e cercare un punto di equilibrio per poter essere noi a sopportare pazientemente il loro modo di essere, perché sicuramente anche loro dalla loro prospettiva faticheranno a sopportare noi. A volte ospitali, aperti, meravigliosi. Altre volte violenti, arroganti, strafottenti. In queste pagine racconto la mia esperienza, così che possiate viverla insieme a me.

Un estratto dal mio libro

Forse il punto sta nell’imparare ad osservare il mondo con passionale distacco, tenendo la giusta distanza dagli ambienti e da chi vi abita. Aprire la propria anima, facendo sbocciare la curiosità come un fiore.

Francesco Cinque – L’India dal finestrino

Un estratto dal mio libro

L’India non è una nazione, ma uno stato d’animo. La odi mentre la vivi e ti manca quando torni a casa. Seduto nella tranquillità e nel calore del contesto familiare, rivivi con lo sguardo le foto e le sensazioni che hai vissuto. Le stringi con le palpebre degli occhi, eteree, per non farle fuggire dalla mente.

Francesco Cinque – L’India dal finestrino

Introduzione al Diario di Viaggio

A cura di Vanessa Lomazzi

Devo ammetterlo, questa volta la “colpa” della scelta della destinazione del viaggio è stata mia. Negli ultimi anni ho iniziato ad esplorare una parte di mondo che mi affascina particolarmente: l’Oriente. Sarà per l’enorme differenza culturale o per il suo fascino mistico, sta di fatto che non riesco a pensare ad una nuova meta che non sia in Asia.

Dopo aver viaggiato in Giappone, Thailandia e Myanmar, la scelta è stata piuttosto difficile: Vietnam? Nepal? Cina? India?   
India!
In una fredda mattina di febbraio ho deciso che la prossima avventura sarebbe stata vissuta proprio in India.

La cultura indiana, intesa come usi e costumi, mi ha sempre affascinata fin da bambina. Quando frequentavo le scuole elementari c’era una dolcissima suorina indiana che vegliava attenta su di noi piccolini: Suor Cecilia, detta anche “la suorina da taschino”, ebbene sì perché quando dico suor-ina è proprio perché noi bambini di quinta elementare eravamo già più alti di lei. Sempre sorridente e con un raffinato senso dell’umorismo, questo soprannome la divertiva moltissimo. Ricordo che in alcune occasioni indossava il suo bellissimo sari dai colori sgargianti e, quasi a farne contrasto, quando toglieva il velo lasciava scoperta una lunghissima treccia di finissimi capelli neri. Altre volte sfoggiava dei sofisticatissimi mehndi, quei tatuaggi temporanei all’henné raffiguranti disegni dai tratti dolci ma decisi. Se li faceva da sola a mano libera, una vera e propria arte.

I miei genitori facevano non pochi sacrifici per mandarmi in quella scuola, sia economici sia per gli spostamenti: sveglia presto e via, subito verso la scuola che era distante da casa, poi di corsa al lavoro. Al mattino arrivavo prestissimo, quando le luci erano ancora spente e le maestre non erano arrivate, ma “la suorina da taschino” era sempre lì ad accogliermi con un grande abbraccio.

Dopo tanti anni, Suor Cecilia è tornata in India dalla sua famiglia e al suo rientro in Italia, con mio grande stupore, mi ha portato in dono un bellissimo sari indiano color pesca e dai fiori azzurri. Un regalo che ancora oggi conservo gelosamente come fosse un frammento importante della mia vita, una reliquia colorata di un mosaico d’esperienze che mi hanno portata ad essere quella che sono.

La suorina da taschino mi aveva preso in grande simpatia e solo ora capisco quanto un viso amico possa fare la differenza durante la nostra infanzia, e come siano sempre le persone umili ad arricchirci maggiormente. Non so se la mia attrazione per l’India sia legata unicamente al ricordo di questa persona, ma di certo ne è stata influenzata.

Nel corso degli anni Suor Cecilia è stata trasferita da una struttura all’altra ed io -di tanto in tanto- andavo a farle un saluto. Con il passare del tempo e dei trasferimenti, persi i suoi contatti pur conservando sempre nel cuore il suo ricordo. Provai diverse volte a contattare scuole e case di riposo dove, per sentito dire, sarebbe dovuta essere. Tutte le volte mi sentii rispondere che non la conoscevano o che era stata trasferita altrove, senza sapermi indicare dove. Quando presi la decisione di visitare l’India, a distanza quindi di molti anni, feci dei nuovi tentativi ma, ahimè, ancora una volta senza successo. Ormai era chiaro che non l’avrei più rivista.

Ma la vita è imprevedibile, quando meno te lo aspetti ti sorprende e come un puzzle tutti i pezzettini trovano un incastro. Ad unire i punti di questa “mappa” è stata la fotografia. Non lo sapevo ancora ma l’Incredibile India stava già facendo la sua magia.

In un torrido pomeriggio di luglio, a pochi giorni dalla partenza per l’India, mi stavo occupando della selezione degli scatti di un servizio fotografico di matrimonio che era stato effettuato pochi giorni prima e al quale non avevo partecipato. La sposa era un’infermiera che prestava servizio presso una casa di riposo e, nel suo giorno più speciale, è voluta passare a fare un saluto ai suoi “vecchini” per avere delle foto ricordo insieme a loro. Ho pensato che avesse fatto una cosa meravigliosa: in particolare c’era una foto, gli occhi pieni di gioia di un uomo anziano immobilizzato a letto mi ha commossa. Questo piccolo gesto, per molti apparentemente insignificante, avrà riempito di felicità il cuore degli “abitanti” di quella casa e decisamente avrà stravolto la loro giornata con un’ondata di allegria.        
È proprio a questo punto che l’imprevedibilità della vita ha travolto anche me: nella foto successiva, compare una donna con la pelle scura, una tunica e un velo bianco… fatico a crederci. Da sotto il velo sbucano dei capelli bianchi e non più neri corvini, ma quello sguardo è il suo. Ho la pelle d’oca, come può definirsi questo un caso?

Sono elettrizzata, chiedo immediatamente di contattare la sposa per avere il numero della casa di riposo in cui lavora. Telefono e chiedo al centralino di poter parlare con Suor Cecilia, non dico il mio nome ma solo che la conosco e che vorrei parlarle. Mi passano la telefonata, sicuramente non si ricorderà di me, ho pensato. “Ciao, sono Vanessa, non so se ricordi, andavo a scuola al Collegio Rotondi…” non riesco a finire la frase che lei sta già esultando “Vanessa!!! Come puoi pensare che non mi ricordi di te??“        
Parliamo a lungo di dove ci abbia portate la vita in questo tempo che è trascorso, del fatto che oramai io non sia più una bambina, del fatto che mi sono laureata e che lavoro. È felice per me ed esprime il desiderio di conoscere il mio fidanzato, senza sapere che si tratta del fotografo che le ha fatto quello scatto che ci ha permesso di ritrovarci. Ride di gusto quando glielo dico e dice che ho fatto un’ottima scelta.

Ancora una volta penso a quanto tutto questo abbia dell’incredibile, i servizi fotografici vengono fatti in due e proprio lui ha accompagnato gli sposi in questo fuori programma e non il suo collega. Ovviamente lei, da brava suorina cristiana, mi dice che tutto ciò è merito del Signore. Che siate credenti o meno, è qualcosa che stupisce.

Parliamo un altro po’, le dico che a breve andrò in India. Prima di salutarmi, con la promessa di rivederci presto, mi dice “C’è un detto indiano che recita: se vai in India, poi ti sposi“. Non capisco a cosa si riferisca e come possa esserle uscita quella frase, cosa c’entra l’india con il matrimonio e chi ha parlato di matrimonio? Lascio correre senza dare troppo peso a quelle parole. Probabilmente la sua affermazione è legata al fatto che lavoro e sto diventando adulta, quindi una naturale conseguenza di un percorso. Riattacco e ci ripromettiamo di vederci al mio rientro.

Vanessa Lomazzi

In un torrido pomeriggio di luglio, a pochi giorni dalla partenza per l’India, mi stavo occupando della selezione degli scatti di un servizio fotografico di matrimonio che era stato effettuato pochi giorni prima e al quale non avevo partecipato. La sposa era un’infermiera che prestava servizio presso una casa di riposo e, nel suo giorno più speciale, è voluta passare a fare un saluto ai suoi “vecchini” per avere delle foto ricordo insieme a loro. Ho pensato che avesse fatto una cosa meravigliosa: in particolare c’era una foto, gli occhi pieni di gioia di un uomo anziano immobilizzato a letto mi ha commossa. Questo piccolo gesto, per molti apparentemente insignificante, avrà riempito di felicità il cuore degli “abitanti” di quella casa e decisamente avrà stravolto la loro giornata con un’ondata di allegria.        
È proprio a questo punto che l’imprevedibilità della vita ha travolto anche me: nella foto successiva, compare una donna con la pelle scura, una tunica e un velo bianco… fatico a crederci. Da sotto il velo sbucano dei capelli bianchi e non più neri corvini, ma quello sguardo è il suo. Ho la pelle d’oca, come può definirsi questo un caso?

Sono elettrizzata, chiedo immediatamente di contattare la sposa per avere il numero della casa di riposo in cui lavora. Telefono e chiedo al centralino di poter parlare con Suor Cecilia, non dico il mio nome ma solo che la conosco e che vorrei parlarle. Mi passano la telefonata, sicuramente non si ricorderà di me, ho pensato. “Ciao, sono Vanessa, non so se ricordi, andavo a scuola al Collegio Rotondi…” non riesco a finire la frase che lei sta già esultando “Vanessa!!! Come puoi pensare che non mi ricordi di te??“        
Parliamo a lungo di dove ci abbia portate la vita in questo tempo che è trascorso, del fatto che oramai io non sia più una bambina, del fatto che mi sono laureata e che lavoro. È felice per me ed esprime il desiderio di conoscere il mio fidanzato, senza sapere che si tratta del fotografo che le ha fatto quello scatto che ci ha permesso di ritrovarci. Ride di gusto quando glielo dico e dice che ho fatto un’ottima scelta.

Ancora una volta penso a quanto tutto questo abbia dell’incredibile, i servizi fotografici vengono fatti in due e proprio lui ha accompagnato gli sposi in questo fuori programma e non il suo collega. Ovviamente lei, da brava suorina cristiana, mi dice che tutto ciò è merito del Signore. Che siate credenti o meno, è qualcosa che stupisce.

Parliamo un altro po’, le dico che a breve andrò in India. Prima di salutarmi, con la promessa di rivederci presto, mi dice “C’è un detto indiano che recita: se vai in India, poi ti sposi“. Non capisco a cosa si riferisca e come possa esserle uscita quella frase, cosa c’entra l’india con il matrimonio e chi ha parlato di matrimonio? Lascio correre senza dare troppo peso a quelle parole. Probabilmente la sua affermazione è legata al fatto che lavoro e sto diventando adulta, quindi una naturale conseguenza di un percorso. Riattacco e ci ripromettiamo di vederci al mio rientro.

Vanessa Lomazzi

Per richiedere delle stampe

Tutte le immagini contenute in questa galleria sono sono in vendita come stampe da collezione.

Le dimensioni più diffuse sono le seguenti:

  • Formato 112x168cm
  • Formato 75x112cm
  • Formato 60x90cm (A1+)
  • Formato 60x42cm (A2)
  • Formato 48x33cm (A3+)

Si spedisce in tutta Italia, ed è possibile pagare con bonifico bancario o Paypal. Inoltre tutte le stampe possono essere pannellate per poter essere esposte in casa o in ufficio senza necessità di acquistare ulteriori supporti a parete.

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